La repressione del regime in Siria non conosce soste: le sanguinose giornate di violenza, da domenica hanno provocato oltre 150 morti, di cui almeno 24 sono stati uccisi ieri dalle forze fedeli a Damasco, dopo la preghiera della sera in occasione del primo giorno di Ramadan. L’esercito di Bashar al Assad bersaglia i civili con i carri armati, che avanzano da quattro direzioni sparando con i cannoni e con le mitragliatrici.
Sono ormai più di mille dall’inizio delle manifestazioni due mesi fa.
Testimoni riferiscono che le granate sparate dai tank dell’esercito piovono su e attorno alla città a un ritmo di almeno quattro al minuto. Acqua ed elettricità verso i principali quartieri di Hama sono stati tagliati: una tattica, questa, abitualmente usata dai militari nelle operazioni di repressione.
Hama, 210 chilometri a nord di Damasco, è uno dei centri più attivi con fino a 55mila persone scese in piazza, ed è tra l’altro una città simbolo della lotta contro il regime in Siria: nel 1982, la durissima repressione di una rivolta ispirata dal movimento dei Fratelli Musulmani contro l’allora presidente Hafez al-Assad, padre di Bashar, provocò la morte di 20mila persone.
Le ultime notizie dell’orrenda repressione arrivano all’indomani della riunione d’urgenza convocata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York e conclusa senza concreti risultati. La comunità internazionale, infatti, non ha ancora deciso le misure da adottare per fermare il massacro.
Nel corso delle discussioni al Palazzo di Vetro, a porte chiuse, un alto responsabile dell’Onu ha detto che in Siria si contano anche 3.000 persone scomparse nel nulla e circa 12.000 persone incarcerate. Resta forte il pressing di Gran Bretagna, Francia, Germania, Portogallo e Stati Uniti per l’adozione di una risoluzione di condanna. Alcuni diplomatici, tuttavia, hanno indicato come molto più probabile un’intesa al consiglio di Sicurezza su una semplice dichiarazione, non costrittiva. Anche perché un progetto di risoluzione trova l’opposizione di Mosca e Pechino, due dei cinque membri permanenti del consiglio, che hanno già minacciato di opporre il loro veto, sostenute da Brasile, India e Sudafrica.
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| Siria, due giorni fa |
Intanto scattano oggi le nuove sanzioni dell’Unione Europea contro la Siria.
Il 16 marzo la Francia dichiarò, tramite il suo Ministro degli Esteri, Alain Juppe: «La Francia è pronta, insieme ad altri paesi, a mettere in atto la risoluzione dell’ONU, anche riguardo a raid aerei. Se teniamo presente la situazione sul campo, va da sé che le decisioni delle Nazioni Unite deve essere applicate subito».
Il 19 marzo, l’intervento militare su mandato ONU, «per tutelare la popolazione civile libica», guidato da Francia, Italia, regno Unito e Canada, ha inizio.
In Siria (o in Iran) invece no. Il Presidente Assad fa bombardare i civili a colpi di carri armati, e nessun Paese, europeo o nord-americano, pronuncia parole di minaccia o riconducibili ad una nascosta intenzione di voler intervenire militarmente.
Perché Tripoli sì, e Damasco o Teheran no? Perché l’Occidente ha deciso di proteggere la popolazione libica dalle rappresaglie del rais e non ha voluto fare altrettanto per le masse siriane e iraniane, ripetutamente represse e trucidate? Eppure il regime di Assad sta massacrando uomini, donne e bambini con i cannoni dei carri armati! Gli arresti di massa, casa per casa, non si contano più, e le autorità dell’esercito siriano ha messo a punto anche la “tattica” del sequestro dei bambini, per costringere i genitori a rivelare nomi di manifestanti. Metodi suggeriti dagli alleati iraniani. E anche il regime di Teheran è indubbiamente molto più pericoloso di quello di Tripoli: sono numerosissime le prove che c’è la mano del governo di Teheran dietro i maggiori gruppi terroristici in Medio Oriente, e che in Iraq ed Afghanistan il regime di Ahmadinejad fornisce le armi che fanno stragi di civili e di militari della coalizione. Per non parlare poi delle gravissime, continue ed esplicite minacce del leader iraniano all’esistenza fisica dello stato d’Israele!
Invece niente, esistono due pesi e due misure. Perché?
Se è giusto intervenire in Libia per fermare la sanguinaria repressione del regime, a maggior ragione dovrebbe essere logico intervenire in Siria ed Iran, o quantomeno fornire aiuto politico, economico, tecnologico ai tanti cittadini coraggiosi che sfidano il regime manifestando per le strade.
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| Mahmoud Ahmadinejad |
Un intervento militare significherebbe sconvolgere i delicati equilibri del Medio Oriente e del Golfo Persico, e scatenare una sanguinosa guerra regionale. Sarebbe una tragedia ancora più grave di quella in corso. E’ più che nota la frizione tra l’Iran di Ahmadinejad e l’Israele di Netanyahu, con il primo che ha sempre espressamente minacciato l’esistenza dello Stato d’Israele. Frasi come «...il regime criminale (Israele, ndr) che sta sfruttando la ricchezza dell’oppressa nazione palestinese e sta uccidendo innocenti da 60 anni, ha raggiunto la sua fine e sparirà dalla scena politica...» oppure «...questo regime occupante Gerusalemme è destinato a scomparire dalla pagina del tempo...» sono all’ordine del giorno nella dialettica del leader iraniano.
Mettersi quindi contro la Siria vuole dire mettersi contro l’Iran, che dovrebbe essere molto vicino alla realizzazione dell’arma nucleare.
Gheddafi, nel 2004, scelse di rinunciare unilateralmente al proprio programma atomico, spegnendo le centrifughe di cui disponeva, e lo decise perché pensava di essere meno sicuro con la bomba, anziché senza, aiutato in questa valutazione anche da quanto stava avvenendo in Iraq, temendo di essere il prossimo ad essere bombardato.
Ma ciò che sta avvenendo in Libia dimostra al contrario che si è più al sicuro con la bomba che senza: è questo l’insegnamento che sta traendo l’Iran dalla situazione internazionale. Nessuno infatti può realmente pensare che l’Occidente sarebbe intervenuto in Libia se il rais fosse stato in possesso del deterrente nucleare, e sicuramente non lo pensano gli ayatollah iraniani.
Infine, ma non meno importante, il solito dio Denaro: la solita difesa degli interessi economici, energetici e strategici. Petrolio e gas. Che in Libia (ma non in Siria!) la fanno da padrone.



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