Roma brucia. Milano crolla. Il Titanic-Italia è squarciato da Nord a Sud dall’iceberg speculativo. La politica affonda. L’ipotetica soluzione alternativa, e via d’uscita dalla crisi, è un camaleonte che si nasconde mimetizzandosi sull’intero mondo partitico circostante.
A fronte di un forte bisogno di cambiamento, ora come mai necessario nella storia d’Italia, non si riesce trovare la strada giusta da imboccare. L’elezione anticipata come in Spagna (che appunto si recherà alle urne il 20 novembre e non a marzo, naturale scadenza della legislatura Zapatero), o il governo tecnico per non scoraggiare i mercati? Il governissimo-Maroni, con l’appoggio di tutti (compreso il PD) o la grande alleanza democratica contro Berlusconi, in stile Comitato di Liberazione Nazionale del ’43?
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, riapre il dialogo con il centrodestra ma propone un governo senza Silvio Berlusconi e, magari, con Roberto Maroni premier, ipotizzando perfino il sostegno del PD a questo nuovo (ipotetico) esecutivo. «Galleggiare equivale ad allungare l’agonia a spese dell’Italia. Siamo di fronte al baratro. Gli uomini più avveduti della maggioranza abbiano il coraggio di spiegare a Berlusconi che deve fare un passo indietro. Serve un governo con un programma definito: il rilancio dell’economia e una riforma elettorale. La maggioranza che è uscita dalle elezioni ha il diritto di esprimere il presidente del consiglio. Facciano un nome: il Terzo Polo farà la sua parte, e spero che anche il PD non si sottragga alle responsabilità».
La prima risposta è quella del leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ed è una risposta di chiusura alla proposta di Fini: «Riconosciamo che tutto può andare bene per superare il governo Berlusconi, ma noi non entriamo in un governo balneare o istituzionale. Se altri hanno la forza e i numeri per un’alternativa, ne prendiamo atto e non abbiamo critiche preconcette, ma noi non ci stiamo».
Il Partito Democratico, invece, chiude, attraverso le parole di Enrico Letta, vicesegretario PD, alla proposta di Fini: «Mantenere la situazione attuale è la cosa peggiore per l’Italia. Qualunque governo senza Berlusconi a Palazzo Chigi è senz’altro un’evoluzione positiva, anche in continuità con la maggioranza di centrodestra. Ma rispetto a ciò che Fini lascia intendere è bene chiarire che il PD non appoggerà in alcun modo nessun governo guidato da ministri dell’attuale esecutivo Berlusconi, principale responsabile dei guai in cui si trova l’Italia. Per noi la strada maestra restano le elezioni anticipate».
Trova però un’altra soluzione il Partito Democratico: Dario Franceschini, infatti, durante un dibattito al seminario di Area Democratica (in cui era presente anche Nichi Vendola e Benedetto della Vedova, mandato da Fini a rappresentare FLI), torna a proporre l’ipotesi della grande alleanza di tutte le opposizioni, da Sinistra Ecologia e Libertà, di Vendola, fino a Futuro e Libertà, di Fini: «C’è il rischio che il centrodestra, con o senza Berlusconi, possa vincere le elezioni, avere una maggioranza in Parlamento di eletti con liste bloccate il cui primo atto sarà eleggere il Presidente della Repubblica. Mi pare che questo rischio da solo già giustifichi l’esigenza di un’alleanza larga tra forze che hanno storie diverse e anche idee per il futuro diverse, ma unite da un’idea di ricostruzione democratica del nostro Paese. Potremmo anche vincere con un’alleanza PD-SEL-IdV, come è probabile, ma possiamo immaginare di gestire un’operazione titanica com’è quella di far fronte a una crisi economica, a un crescente disagio sociale, alla necessità di ricostruire le regole, il rispetto per lo Stato, l’unità nazionale, senza una maggioranza che abbia un larghissimo consenso nel Paese? Avremo bisogno di industriali e operai, giovani e anziani, cittadini del nord e del sud per gestire una legislatura di transizione e riconsegnare il Paese ricostruito a una normale dialettica».
Proposta di larghissima alleanza, però, immediatamente bocciata da Nichi Vendola: «Il mio dissenso è totale. Una unità più larga sulle regole del gioco è naturale e ovvia perchè le regole non possono essere proprietà di una parte, anzi, chi ragiona ad un nuovo sistema elettorale pensando alle proprie convenienze sbaglia; ma se di fronte alla crisi del berlusconismo noi non diciamo che c’è un’alternativa chiara di politica economica e sociale rischiamo di rendere torbido il quadro. Io rispetto Della Vedova ma il suo progetto è alternativo al mio e non so come possiamo camminare insieme, se la politica si presenta come un pasticcio gattopardesco rischia grosso. Di fronte al dolore drammatico della crisi sociale, che può portare a movimenti di piazza anche in Italia, la politica non se la cava chiudendosi nel fortino e invocando la responsabilità nazionale. Per me la responsabilità nazionale oggi è colpire la rendita, la ricchezza e la speculazione». E aggiunge (in un’intervista a l’Unità qualche giorno fa) anche parole sulla crisi, le alleanze e la legge elettorale: «L’Italia popolare e proletaria è allo stremo, non si era mai vista una stagione di così pesante regresso sociale. In Italia ci sono 150 miliardi di evasione fiscale, se c’è bisogno di pesanti manovre devono essere messe per intero sulle spalle della ricchezza, della rendita, dell’evasione. Purtroppo la rabbia sociale si riversa solo sui privilegi della “casta”, invece che su questa ingiustizia di tipo ottocentesco. Per questo è stato un grave errore del PD quel voto contro l’abolizione delle province (http://giovannimaiello.blogspot.com/2011/07/il-popolo-dei-deputati-di-mr-b-vota.html). E in un’Europa che ha perso ambizioni, l’antipolitica insieme alla crisi sociale può portare davvero a scorciatoie reazionarie. Se a pagare il conto sono sempre i soliti predestinati, se non c’è una netta alternativa tra le politiche economiche di destra e di sinistra, e allora crescono gli “indignatos” … Adesso l’unico modo per voltare pagina è licenziare il governo Berlusconi-Bisignani-Milanese e andare al voto. Il centrosinistra è uno straordinario potenziale, ora servono segnali chiari: una grande manifestazione in autunno per dire che siamo in campo, una coalizione con un’anima, che vogliamo coinvolgere da protagonisti i movimenti, dalle donne ai precari».
E a chi gli chiede se in questa colazione ci sia anche l’UdC risponde: «Serve un chiarimento. A Casini voglio dire che di troppa furbizia si muore: l’equidistanza tra centrosinistra e Berlusconi non è più sostenibile, e neppure l’altalena tra i due poli, senza avere il coraggio di uno sforzo anche autocritico su un ciclo lungo che ha devastato la società italiana. Considero un guaio che Casini non si accorga di quanto rilevante sia stata tra i cattolici la partita sull’acqua pubblica, quasi un gesto di liberazione dall’individualismo. E ancora, considero una vergogna vivere in un Paese senza una legge sulle coppie di fatto, non sono disponibile a una rimozione di questi temi».
E per quanto riguarda la legge elettorale: «Credo che, per garantire rappresentanza e coalizioni, la soluzione migliore nell’immediato sia una legge per tornare al Mattarellum, come proposto da Gustavo Zagrebelsky».
Beh, quello che credo io è che le elezioni sono fatte per capire chi deve governare e decidere quindi l’intera vita del Paese. Un’alleanza trasversale, che vada da ambienti di destra che si ispirano alla figura di Almirante, fino ad una sinistra che si rispecchia nella figura di Berlinguer, secondo me, sarebbe incapace di governare il Paese, di legiferare e di prendere le più importanti decisioni d’ambito economico, fondamentali in questo periodo.
Ad oggi sono più che favorevole ad una ‘stretta’ alleanza tra PD, Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà, alla quale vada ad aggiungersi, poi, un intenso rapporto di collaborazione, in ambito parlamentare, con l’opposizione del Terzo Polo. Sempre quando il Terzo Polo si deciderà ad abbandonare la strada dell’altalena tra l’una e l’altra sponda, e comincerà ad opporsi definitivamente a Mr B.
Non so però, sinceramente, quanto possa essere favorevole la strada dell’elezione anticipata, e in particolar modo l’effetto che potrebbe avere sui mercati. Forse aspettare cosa accadrà in Spagna potrebbe essere un’ipotetica soluzione; e, se l’impatto che le elezioni spagnole provocherà sui mercati sarà non eccessivamente negativo, votare quanto prima e mandare a casa, con una netta maggioranza, un governo nullafacente.
In caso contrario, se l’effetto elezioni spagnole sarà eccessivamente pesante sui mercati, affrontare a muso duro elezioni anche qui in Italia non sarà semplice. Purtroppo però, l’immobilismo del governo di Mr B e l’incapacità di gestione della negativa congiuntura internazionale, necessita inevitabilmente di un cambiamento politico forte e deciso che necessariamente deve avvenire con l’elezione, e assolutamente non con un governo tecnico.
Sarebbe una scommessa andare a votare in autunno come gli spagnoli, ma restarsene fermi e con le mani in mano, come sta facendo il premier e la sua maggioranza parlamentare, non ci farà di certo uscire dal baratro in cui stiamo affossando. E facendo questa scommessa, esiste comunque un 50% di possibilità di riuscire a vincere, che è sempre meglio di fare quel che stiamo facendo adesso: aspettare che le cose si aggiustino da sole, sperando che i mercati ritrovino fiducia in un Paese privo di strategie e di piani per il futuro.




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