Una volta, e parlo di diversi anni fa, vidi un video su YouTube in cui Oliviero Diliberto, attuale esponente del ‘Partito dei Comunisti Italiani-Federazione della Sinistra’, nello studio di Ballarò parlava di operai. E precisamente parlava degli operai della ThyssenKrupp, il noto colosso tedesco nel settore siderurgico, protagonista del grave incidente a Torino nel dicembre del 2007 in cui persero la vita 7 lavoratori, investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione che aveva preso fuoco.
A onor di cronaca, il discorso di Diliberto si articolò sul fatto che, a differenza di questi 30, gli altri lavoratori, che avevano fatto l’accordo con l’azienda ThyssenKrupp e che non si erano costituiti parte civile, furono riassorbiti nel mondo del lavoro. E quindi esisterebbe (anche a parer mio) una diversa libertà tra le persone: quegli operai non erano liberi di scegliere.
Da allora, l’ultima notizia che sentii riguardo la ThyssenKrupp fu solo la condanna per omicidio volontario di Harald Espenhahn, perché avvenuta nell’aprile di quest’anno.
Poi ho letto un articolo sull’Unità, e mi sono reso conto che, per molti ex operai dello stabilimento Thyssen di Torino e colpevoli di comportamento anti-aziendale, quest’assurda storia continua ancora. «Le agenzie di lavoro interinale ci hanno consigliato di cancellarlo», racconta Ghermai, 35 anni. «Quando leggono tra le precedenti esperienze ‘operaio ThyssenKrupp’ si spaventano, sembra che preferiscano non avere niente a che fare con noi».
Negli ultimi due anni Ghermai ha fatto un solo colloquio di lavoro, e tra i suoi ex colleghi c’è chi non ha avuto neanche quella possibilità. Sono 16 persone. Sono quello che resta a Torino della multinazionale tedesca dell’acciaio. Il 13 giugno l’azienda gli ha fatto sapere che con la fine del mese sarebbe cessato anche il loro rapporto di lavoro, che da due anni si alimenta solo di cassa integrazione.
Per questo Ghermai, Mirco, Peter, Luca, Sandro, Marco, Giuseppe, Antonio, e gli altri, tutti tra i 35 e i 55 anni, si sono ritrovati di nuovo davanti alla sede della Regione Piemonte. «Anche se è umiliante continuare a manifestare, quando è chiaro che nessuno vuole occuparsi di noi». Venerdì questi lavoratori hanno scritto una lettera al presidente Napolitano, qualche giorno prima avevano cercato il neo-Sindaco di Torino, Piero Fassino, che però era all’estero per il Comune.
Aspettano una risposta. Chiedono un lavoro. Un aiuto a trovare una occupazione, così come è stato fatto per moltissimi dei loro colleghi. Dei 400 in forze alle acciaierie, quando prima della strage del 2007 la multinazionale comunicava la volontà di chiudere il sito torinese, in cinquanta sono andati in pensione; trenta sono stati assunti all’Amiat, la municipalizzata dei rifiuti. Molti altri sono finiti all’Alenia, c’è chi è entrato all’Enel o in altre aziende private. Aiutati dalla stessa Thyssen o dalle istituzioni, quasi tutti hanno trovato un’occupazione, magari anche soltanto temporanea.
Moltissimi sono riusciti a trovare qualcos’altro, ma tranne loro: gli ultimi rimasti dei 48 operai costituiti parte civile al processo sulla strage del 6 dicembre 2007.
«L’accordo sulla chiusura dello stabilimento prevedeva la ricollocazione di tutti i lavoratori, ma è stato ampiamente disatteso: da tre anni ormai veniamo discriminati e non ricollocati come invece è avvenuto per altri nostri ex colleghi non costituitisi parte civile. Chi non ha chiesto i danni all’azienda ha avuto una possibilità» …
Oltre agli operai un risarcimento è stato riconosciuto, dal Tribunale, anche al Comune, alla Provincia e alla Regione Piemonte: circa 4,5 milioni di euro, fra tutte le istituzioni. «Sono soldi che dovrebbero essere investiti per sviluppare l’occupazione», riprende Mirco, che lancia anche un appello al sindaco Piero Fassino: «Ha detto che intende fare della città la “capitale del lavoro”, una “Gran Torino”. Potrebbe cominciare occupandosi di noi».
E credo decisamente che l’inizio debba avvenire certamente così: non so in pratica quanto valgano 4 milioni e mezzo in ottica di investimenti, ma credo comunque che quei soldi, anche qualora rappresentino solo una parte, debbano essere impiegati per sviluppare l’occupazione e riassorbire questi lavoratori. Lavoratori che comunque rappresentano la vera parte lesa della vicenda e che, dopo aver visto i propri compagni di lavoro morire bruciati a causa delle colpe dell’azienda, hanno preteso troppo. Sono stati capaci di pretendere che la ThyssenKrupp , l’azienda colpevole, pagasse!
Un vero affronto! E sperano pure che qualche azienda (onesta) li riassorba.
Che illusi…chi correrebbe mai un rischio simile!?
…
Juan
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