Favorevoli 319. Contrari 293. La Camera approva l’arresto del deputato PdL, Alfonso Papa.
Favorevoli 127. Contrari 151. Astenuti 11. Il Senato non approva l’arresto del senatore PD, Alberto Tedesco.
Papa (PdL) arrestato. Tedesco (PD) salvato.
Erano 27 anni che la Camera non decideva per l’arresto di un deputato. L’ultima volta avvenne nel 1984 nei confronti dell’allora deputato missino Massimo Abbatangelo, per violazione delle disposizioni sulle armi, in seguito all’attentato del ‘70 contro la sezione del Pci di Fuorigrotta, a Napoli. L’anno precedente la Camera aveva votato l’autorizzazione all’arresto di Toni Negri chiesta dalla magistratura per reati connessi al terrorismo. Negri, che era stato eletto due mesi prima con i Radicali mentre era in carcere, era però intanto fuggito a Parigi, rientrò poi in Italia nel 1997 e finì di scontare la sua pena.
Prima di Abbatangelo e Negri, soltanto altre due volte la Camera aveva autorizzato l’arresto di un deputato: nel 1976 nei confronti del deputato del Msi Sandro Saccucci, accusato dell’omicidio a Sezze Romano di Luigi Di Rosa, di cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata per il cosiddetto ‘golpe Borghese’ e nel 1955, quando Montecitorio disse di sì all’arresto per l’ex partigiano Francesco Moranino, deputato del Pci, accusato di aver ordinato nel 1944, come comandante partigiano, la fucilazione di cinque altri partigiani ritenuti spie e delle mogli di due di loro.
Nella XI legislatura, quella segnata da Tangentopoli e l’inchiesta Mani pulite, tutte le 28 richieste di arresto dei giudici di Milano erano state respinte. A oggi sono 9 in tutto (7 del PdL e 2 del PD) le richieste di arresto per i parlamentari. Cinque i deputati oggetto del procedimento: Margiotta del PD, Angelucci, Cosentino, Papa e Milanese del PdL. Dodici invece le richieste dei pm per l’uso di intercettazioni in vari processi. Al Senato, invece, le richieste sono quattro: Tedesco del PD, Nespoli e due per Di Girolamo del PdL. Otto le richieste di intercettazioni.
Le votazioni vengono tutte effettuate con scrutinio segreto, e perciò non si può identificare l’identità dei votanti. Ma le dichiarazioni di voto sono emblematiche.
Per il deputato del “Popolo di Mr B”, Papa, si erano espressi contrari all’arresto solo gli esponenti del suo stesso partito e il gruppo dei Responsabili. Favorevoli all’arresto, invece, il Partito Democratico, l’Italia dei Valori, il Terzo Polo e…la Lega. Lega Nord che, dopo un tira e molla durato qualche giorno tra idee di salvataggio e idee di arresto, si convince sull’arresto.
Beh, alla Camera non c’è nulla di sorprendente. Papa si dichiara «innocente»; il PdL difende il suo pupillo, sul quale pendeva una richiesta d’arresto per le indagini sulla loggia massonica P4, mentre le opposizioni (e la Lega ) votano in modo contrario: 319 a 293, è arresto.
Al Senato, invece, lo sbalorditivo c’è. Si discute, come ho già detto, l’arresto del senatore del Partito Democratico, Tedesco. Lo stesso Tedesco (che per esattezza di cronaca dovrei definire ex-PD, poiché dimessosi e aderente al Gruppo Misto, al Senato), si dichiara anch’egli (come Papa) «estraneo ai fatti», ma decide di votare a favore del suo stesso arresto, e di difendersi quindi in tribunale: «La sede naturale per dimostrare la mia estraneità ai fatti contestatimi è la sede del processo». Tedesco e il suo (ex) partito, il PD, votano a favore dell’arresto, assieme all’Italia dei Valori, il Terzo Polo e la Lega. Il PdL vota contro l’arresto del senatore PD. 127 a 151. Tedesco è graziato.
Ed è proprio al Senato che il Partito Democratico accusa la Lega di aver approfittato del voto segreto per votare (assieme ai compagni di governo del PdL) contro la richiesta d’arresto di Tedesco, per poi far ricadere le colpe sullo stesso PD.
Resta comunque il fatto che la politica è inquinata. Inquinata di processi, indagini, sospetti, corruzione, tangenti, mafia.
Al di là di questi due specifici casi (di cui personalmente spero che il senatore Tedesco, coerentemente col suo indirizzo di voto, si dimetta quanto prima dal suo incarico e si difenda solo ed esclusivamente in un’aula di tribunale), lo spettro di una nuova Tangentopoli è alle porte. L’arresto di Papa, e quindi l’intera inchiesta P4, sembra aver disegnato un ponte verso realtà ancora nascoste: i procedimenti avanzano con le indagini su Luigi Bisignani e Marco Milanese, ma anche la Guardia di Finanza appare coinvolta nella vicenda P4, dato che il Capo di Stato Maggiore, Michele Adinolfi, ha ricevuto un avviso di garanzia ed è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. I pm di Napoli accusano Adinolfi di aver avvertito Bisignani del fatto che il faccendiere era intercettato. Anche un altro generale della GdF è coinvolto: si tratta di Vito Bardi, indagato anch’egli per favoreggiamento e rivelazione del segreto di ufficio.
Insomma, l’inchiesta P4 può creare un boato immenso, ma non è certamente l’unica cosa illecita cui è abituato lo Stato.
Oltre ai più noti casi di Mr B o di Marcello dell’Utri, possiamo ricordare che l’attuale Ministro per le Politiche Agricole, Francesco Saverio Romano, è stato rinviato a giudizio proprio nel luglio di quest’anno per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione poiché «nella sua veste di esponente politico di spicco avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa». Inoltre, quando, nel febbraio di quest’anno, Totò Cuffaro (senatore dell’UdC) fu condannato per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra, Saverio Romano viene coinvolto in merito ad un incontro tra lo stesso Romano e Cuffaro con il boss Angelo Siino, soprannominato “il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra”, per chiederne il sostegno elettorale in occasione delle elezioni regionali siciliane del 1991.
Il già citato Totò Cuffaro è stato Presidente della Regione Sicilia e senatore dell’UdC.
Il 18 gennaio 2008 viene dichiarato colpevole di favoreggiamento semplice nel processo di primo grado per le ‘talpe’ alla Dda di Palermo. La sentenza di primo grado condanna Cuffaro a 5 anni di reclusione nonché all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 23 gennaio 2010 la Corte d’Appello di Palermo condanna Cuffaro a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato nel processo ‘talpe’ alla Dda. Rispetto alla sentenza di primo grado la pena è stata inasprita di ulteriori due anni, con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Dopo la sentenza Cuffaro ha annunciato di lasciare ogni incarico di partito e di voler ricorrere alla Corte di Cassazione. Il 22 Gennaio 2011, la Corte di Cassazione conferma in via definitiva la condanna a 7 anni di reclusione inflittagli l’anno prima dalla corte d’appello di Palermo, nonostante la richiesta di eliminazione dell’aggravante mafiosa da parte del procuratore generale. Il giorno stesso Cuffaro si costituisce e viene rinchiuso nel carcere romano di Rebibbia. Il successivo 2 febbraio il Senato della Repubblica accoglie le sue dimissioni da parlamentare con 230 voti favorevoli, 25 contrari e 17 astenuti. Nelle motivazioni della sentenza i Giudici della Cassazione dichiarano provato “l’accordo politico-mafioso tra il capo-mandamento Giuseppe Guttadauro e l’uomo politico Salvatore Cuffaro, e la consapevolezza di quest’ultimo di agevolare l’associazione mafiosa, inserendo nella lista elettorale per le elezioni siciliane del 2001 persone gradite ai boss e rivelando, in più occasioni, a personaggi mafiosi l’esistenza di indagini in corso nei loro confronti”.
E voglio permettermi di segnalare una nota: Totò Cuffaro è lo stesso che nel 1991, durante una puntata di Samarcanda (se non erro) condotta da Maurizio Costanzo, accusò il giudice Giovanni Falcone (presente alla serata) di «appoggiare un giornalismo mafioso che costruisce un’immagine falsa della Sicilia, attraverso accuse infamanti!». Il video della serata è visibile qui sotto. Buona visione...
Denis Verdini è un altro noto esponente del clan “Popolo di Mr B”. Nel febbraio 2010 è stato indagato dalla Procura di Firenze per il reato di concorso in corruzione, riguardo ad alcune irregolarità a lui imputabili su alcuni appalti a Firenze e a La Maddalena , sede in cui si sarebbe dovuto tenere il G8 (poi spostato a L’Aquila). Nel maggio 2010 è indagato dalla Procura di Roma in un’inchiesta su un presunto comitato d’affari, la cosiddetta “cricca”, che avrebbe gestito degli appalti pubblici in maniera illecita.
Nel luglio 2010 vennero arrestati l’imprenditore Flavio Carboni, coinvolto a Roma in un’inchiesta che puntava a scoperchiare una cupola che avrebbe avuto interesse nella gestione degli appalti sull’energia eolica in Sardegna (che vede indagato anche il governatore PDL della Sardegna Ugo Cappellacci), insieme a Pasquale Lombardi, geometra ed ex esponente della Democrazia Cristiana e all’imprenditore Arcangelo Martino, ex assessore comunale di Napoli. Queste persone vennero accusate dalla Procura di Roma di aver esercitato presunte forzature sui giudici della Corte Costituzionale al fine di favorire il giudizio di legittimità costituzionale sul Lodo Alfano, di aver sostenuto la riammissione della lista civica regionale “Per la Lombardia ”, collegata al candidato di centrodestra alle elezioni regionali del 2010 e successivamente eletto governatore della regione Lombardia Roberto Formigoni e, infine, di aver favorito la nomina a presidente della Corte d’Appello di Milano al pm Alfonso Marra.
Dall’inchiesta è emerso che il 23 settembre 2009 avrebbe avuto luogo un incontro presso l’abitazione di Denis Verdini, a cui avrebbero preso parte l’imprenditore Flavio Carboni, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi. In questa riunione si sarebbe delineata la strategia di persuasioni indebite da adottare sui giudici della Consulta intorno all’approvazione del lodo che, il 7 ottobre 2009, verrà poi bocciato perché ritenuto incostituzionale.
Poi abbiamo due compaesani (e finisco qui non tanto per la noia di proseguire o la carenza di materiale, quanto per il dovere di preparare alcuni esami). Nicola Cosentino e Luigi Cesaro, sempre il orbita Mr B.
Partiamo dal primo: Cosentino, coordinatore regionale del Popolo di Mr B.
Le prime accuse di collusione con la camorra arrivano dopo la pubblicazione su L’Espresso di una dichiarazione del boss pentito Carmine Schiavone, che confermerebbe un patto elettorale siglato con Cosentino. Tali affermazioni, però, sono state successivamente giudicate false dal pm Raffaele Cantone.
Nel settembre 2008 venne pubblicamente accusato di aver avuto un ruolo di primo piano nell’ambito del riciclaggio abusivo di rifiuti tossici attraverso la società per lo smaltimento dei rifiuti Eco4, come emerse dalle rivelazioni di Gaetano Vassallo, un imprenditore reo confesso di aver smaltito abusivamente rifiuti tossici in Campania attraverso la corruzione di politici e funzionari.
Nel novembre 2009, dai magistrati inquirenti fu inviata alla Camera dei deputati una richiesta di autorizzazione a procedere per l’esecuzione della custodia cautelare per il reato di concorso esterno in associazione camorristica.
Il testo del mandato di arresto riportava le seguenti motivazioni: «Cosentino contribuiva con continuità e stabilità, sin dagli anni ‘90, a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista che faceva capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone, dal quale sodalizio riceveva puntuale sostegno elettorale [...] creando e co-gestendo monopoli d’impresa in attività controllate dalle famiglie mafiose, quali l’Eco4 spa, e nella quale Cosentino esercitava il reale potere direttivo e di gestione, consentendo lo stabile reimpiego dei proventi illeciti, sfruttando dette attività di impresa per scopi elettorali».
Tuttavia la richiesta fu respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera.
A fine 2009 un pentito di camorra, Luigi Guida, rilascia dichiarazioni ai magistrati in merito alla gestione della società Eco4. Guida rivela lo stretto rapporto e la corresponsabilità nello smaltimento abusivo di rifiuti tra Cosentino e i fratelli Sergio e Michele Orsi, collusi con la Camorra (il primo fu arrestato per associazione a delinquere, il secondo fu assassinato nel 2008 per aver denunciato dei camorristi).
Il 28 gennaio 2010 la Corte di Cassazione confermò le misure cautelari a carico di Cosentino. Il 19 febbraio la richiesta di dimissioni dagli incarichi fu respinta da Silvio Berlusconi, e Cosentino ha mantenuto il ruolo di coordinatore regionale del partito in Campania.
Il 22 settembre 2010 la Camera dei Deputati ha negato, con scrutinio segreto, l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni telefoniche di Cosentino, richiesta dai pm di Napoli.
Il secondo: Cesaro, Presidente della Provincia di Napoli.
Nel 1984 Cesaro (per gli amici, “Giggin ‘a purpett”), è stato arrestato nell’ambito di un blitz contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.
Cesaro fu condannato nel 1985 dal Tribunale di Napoli a 5 anni di reclusione, per aver stretto amicizia con tutti i grossi esponenti dell’organizzazione mafiosa, fornendo mezzi, abitazioni per favorire la latitanza di alcuni membri e dazioni di danaro. Il verdetto fu ribaltato in sede d’appello nell’aprile 1986, quando Cesaro venne assolto per insufficienza di prove; decisione confermata dalla Corte di Cassazione per non aver commesso il fatto.
Un aneddoto, descritto in aula dallo stesso Cesaro, conferma i suoi stretti rapporti con i vertici della Nuova Camorra Organizzata, incluso Raffaele Cutolo: ha raccontato di una “raccomandazione” chiesta a Rosetta Cutolo, sorella del boss, per far cessare le richieste estorsive di Pasquale Scotti, personaggio tuttora ricercato ed inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia…
Nel 1988, all’epoca assessore al bilancio del comune di Sant’Antimo, sfuggì all’arresto a seguito di indagini della magistratura, in merito a truffe ai danni dello Stato perpetrate dalla giunta comunale in accordo con le consorterie criminali locali.
Nel 1991, a seguito dello scioglimento del Comune di Sant’Antimo per infiltrazioni di stampo camorristico, si accertarono coinvolgimenti di Luigi Cesaro, unitamente ai fratelli Aniello e Raffaele.
In una nota dei Carabinieri di Napoli del 27 ottobre 1991 si legge che «Cesaro Luigi, nato a Sant’Antimio, avvocato non praticante, assessore alla provincia di Napoli eletto nelle liste del PSI, (…) risulta di cattiva condotta morale e civile (…) In pubblico gode di scarsa stima e considerazione. E’ solito associarsi a pregiudicati di spicco della malavita organizzata operante a Sant’Antimo e dintorni».
Nel settembre 2008, il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo indica in Luigi Cesaro “un fiduciario del clan Bidognetti”, nell’ambito del maxi-processo per lo scandalo dei rifiuti in Campania, ed afferma inoltre: “Mi spiegarono che Luigi Cesaro doveva iniziare i lavori presso la Texas di Aversa e che in quell’occasione si era quantificata la mazzetta che il Cesaro doveva pagare al clan. Inoltre gli stessi avevano parlato con il Cesaro per la spartizione degli utili e dei capannoni che si dovevano costruire a Lusciano attraverso la ditta del Cesaro sponsorizzata dal clan Bidognetti”. In un’intervista rilasciata al quotidiano Il Giornale, Cesaro afferma la sua estraneità ai fatti contestatigli nelle indagini sugli intrecci tra camorra e amministrazioni nell’affare rifiuti.
Il 13 luglio 2011, i quotidiani Il Mattino e Il Messaggero riportano la notizia secondo la quale Cesaro sarebbe indagato per camorra dalla Procura di Napoli.
Nel ricordare quanti parlamentari o politici vari hanno guai seri con la giustizia italiana, mi fermo qui. Per ora...
Juan







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