La manovra economica approvata in tempi ultrarapidi dal Parlamento è stata pubblica oggi in Gazzetta Ufficiale. Entrano così in vigore da domani le norme modificate non previste dal decreto originario.
Il voto sulla manovra finisce tra le polemiche. Con l’opposizione che tuona contro un testo che più di tanto non è riuscito a modificare e la cui approvazione più di tanto non poteva rallentare, per evitare sommovimenti nei mercati, già in fibrillazione nei giorni scorsi. Il voto di fiducia è una passeggiata per il governo: 314 sì e 280 no.
Tutto come previsto, e contemporaneamente il dato sul deficit tocca i 1897,4 miliardi di euro. Un colosso inattaccabile, se si pensa ai 70 miliardi di manovra che trovano approvazione oggi.
Di certo non c’è da credere che il governo, dopo il non ostruzionismo offerto dall’opposizione, terrà in considerazione la richiesta di Bersani di dimissioni immediate.
Berlusconi lo dice chiaramente: “Non hanno i numeri per un governo tecnico”. Così dai banchi del centrosinistra comincia la lista delle critiche a cascata.
Di Pietro: “E’ l’ultima volta per un sostegno bipartisan” e avverte Giorgio Napolitano: “Signor Presidente della Repubblica, noi abbiamo accolto il suo appello alla coesione ma è l’ultima volta che lo facciamo”.
Il segretario del PD, Bersani, è sulla stessa linea: “L’abbiamo fatto per l’Italia aggredita dai mercati, per non aggiungere due settimane di confusione a una situazione già confusa, sapendo che la confusione si scarica sui più deboli. Ma nei vostri confronti la nostra responsabilità finisce qui. Siamo radicalmente contro la vostra politica economica, se mai ce n’è stata una, e siamo contro i contenuti ingiusti di questa manovra, spudoratamente classista, che colpisce la povera gente con tasse su tasse”.
Se ieri la Cgil quantificava in 1800 euro a lavoratore il danno prodotto, oggi sono i consumatori a parlare di “macelleria sociale”. A farne le spese, dice la Cgia di Mestre, sarà paradossalmente “in particolar modo il Nord”. Il presidente Giuseppe Bortolussi, assieme al suo ufficio studi ha stimato gli effetti del provvedimento approvato definitivamente oggi dalla Camera: “Sommando gli effetti dei tre dei principali capitoli che interesseranno direttamente le tasche dei cittadini italiani (ticket sulle visite mediche specialistiche; il taglio delle agevolazioni fiscali sull’Irpef; la mancata rivalutazione delle pensioni sopra i 2.337 euro mensili) i cittadini del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia e della Liguria subiranno gli effetti negativi più pesanti. I primi, si troveranno con un aggravio di 300,7 euro pro capite, i secondi, di 296,7 euro ed i terzi, di 293,3 euro”.
Senza contare i tagli che anche Regioni ed Enti locali dovranno apportare. E’ chiaro, dice Bortolussi, che la “sforbiciata” di 9,6 miliardi avrà delle ripercussioni non indifferenti sui bilanci delle famiglie italiane.
Da subito scattano i rincari del bollo sul deposito titoli, il superbollo per le auto di lusso sopra i 225 kw, la stretta sulle stock option, l’aumento dell’Irap sulle concessionarie dello Stato e la normativa che potrebbe portare all’applicazione di ticket sanitari.
Per altre norme la concreta attuazione segue un diverso calendario: dal prelievo sulle pensioni d’oro, che parte dal primo agosto, al taglio sulle agevolazioni fiscali che si applicherà dal 2013.
Il taglio lineare del 5% per il 2013 e del 20% a partire dal 2014 toccherà tutte le 483 agevolazioni fiscali, incluse quelle per le famiglie. Fra le numerose voci vengono colpiti dunque i nuclei familiari con figli a carico, le spese per l’istruzione, quelle mediche e per gli asili nido; ma anche gli studenti universitari e i redditi da lavoro dipendente.
La riduzione degli sconti fiscali riguarderà inoltre detrazioni e deduzioni esistenti finora in caso di ristrutturazione edilizia e interventi per il risparmio energetico o per le donazioni al terzo settore, a onlus e ancora l’Iva, le accise e i crediti di imposta.
La stangata arriva subito, ma potrebbe essere rimodulata se entro il 30 settembre 2013 il governo eserciterà la delega con la riforma fiscale. In attesa di eventuali esenzioni, però, si taglia subito con l’obiettivo di recuperare un gettito pari a regime a 20 miliardi (4 miliardi nel 2013 e 20 miliardi a partire dal 2014); si tratta dell’1,2% del Pil, calcolano i tecnici del Senato, che si tradurrà in un pari aumento della pressione fiscale fino a quota 43,7%.
Le correzioni odierne si aggiungono alle misure già note del maxiemendamento, come la reintroduzione immediata dei ticket sanitari, che saranno di 10 euro sulle ricette mediche e di 25 euro per gli interventi del pronto soccorso in codice bianco, e il contributo di solidarietà del 5% imposto alle cosiddette pensioni d’oro, quelle che superano i 90 mila euro. La manovra prevede anche una “tassa” contestatissima, superiore ai 200 euro, sui ricorsi al giudice del lavoro per vertenze in materia di licenziamenti, contratti o mobbing in azienda.
Mandata in soffitta l’ipotesi di tagliare i privilegi del Palazzo, il testo si limita a tagliare in modo lineare tutte le agevolazioni fiscali, a tagliare su sanità, istruzione, spalmando il grosso dei sacrifici sugli anni a venire, quando a governare sarà probabilmente qualcun altro.
Proprio quei privilegi che, fino a pochi giorni fa, tutti volevano eliminare o quantomeno ridurre. Lunedì scorso, per esempio, il Sole 24 Ore titolava “Dalla prossima legislatura indennità dimezzata per i parlamentari italiani”. Le cifre erano chiare: la politica italiana costa in tutto 23 miliardi di euro l’anno. Le uscite per gli stipendi degli onorevoli comportano una spesa di 144 milioni. L’adeguamento previsto dalla manovra, al livello medio dei 17 paesi dell’area euro comportava un sostanziale dimezzamento: dagli attuali 11.704 euro (cioè la cifra depurata di rimborsi e contributi vari, che portano a 23mila euro complessivi), i parlamentari italiani sarebbero scesi a 5.339 euro.
E invece niente. Con il blitz notturno a metà settimana in commissione Bilancio al Senato, la Casta parlamentare ha modificato a tal punto il provvedimento della manovra da renderlo molto più “innocuo” per le casse dei parlamentari.
Il relatore Gilberto Pichetto (Pdl) ha previsto un adeguamento alla paga non dei 17 paesi euro, ma dei sei “principali”. I senatori siciliani Fleres e Ferrara hanno invece proposto un altro emendamento che lega gli emolumenti al Prodotto Interno Lordo. Alla fine verrà approvato dalla maggioranza un testo che reciterà esattamente queste parole: “Il trattamento economico di titolari di cariche elettive e i vertici di enti e istituzioni non può superare la media, ponderata rispetto al PIL, degli analoghi trattamenti economici percepiti dai titolari di omologhe cariche negli altri sei principali Stati dell’area euro”.
E andando a leggere il resoconto del Senato in cui si trovano gli interventi integrali dei membri della commissione Affari Costituzionali si scopre che Raffaele Lauro del PdL “per quanto riguarda la questione dei costi della politica, lamenta come tale questione sia affrontata con modalità improprie, così alimentando la pubblicistica antiparlamentarista che produce una pericolosa disaffezione dei cittadini nei confronti delle pubbliche istituzioni e dei suoi rappresentanti”. In linea con Lauro, si aggiunge Andrea Pastore (sempre del PdL) che spiega: “L’indennità parlamentare è un istituto necessario per assicurare a deputati e senatori autonomia e indipendenza, e per scongiurare il rischio che alla vita politica accedano soltanto i titolari di redditi particolarmente elevati”.
Barbara Saltamartini del PdL “ritiene che ciascuno debba assumere con senso di responsabilità i compiti ai quali è chiamato, nell’interesse esclusivo della Nazione. In primo luogo occorre ribadire, di fronte all’opinione pubblica, la legittimazione storica e giuridica dell’istituto dell’indennità parlamentare, nato per assicurare ai rappresentanti del popolo l’autonomia e l’indipendenza necessarie per svolgere con equilibrio, e senza condizionamenti, il mandato politico. Inoltre, l’indennità parlamentare serve al deputato e al senatore per poter svolgere con la massima efficacia la propria attività politica”.
L’unico ad essere “diverso” è Francesco Pancho Pardi dell’Italia dei Valori che, racconta il verbale di una delle sedute (mattina del 13 luglio), propone dei tagli a benefit e vitalizi.
A parer della maggioranza extra-large, quindi, tutti i ‘cittadini’ devono pagare una manovra da lacrime e sangue, ma i ‘cittadini-speciali’ (comunemente definiti deputati o senatori) ne sono esenti.
Questa situazione classista e questo baratro tra il Parlamento e il Paese reale, secondo me, non durerà ancora a lungo.
Juan
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